Atollo Carteret: l’isola che non ci sarà
TUI.Green — da Giulia il 18 agosto 2009 alle 09:54

L’ atollo Carteret è formato da sei isole a 62 miglia marine a nordest di Bougainville, in Papua Nuova Guinea. L’atollo fu scoperto nl 1767 dal navigatore inglese Philip Carteret. All’epoca ci abitavano già da almeno mille anni i melanesiani, che avevano cacciato dall’isola i polinesiani di Mortlock. Si tratta di sei minuscole selve nell’Oceano Indiano disposte a ferro di cavallo a metà tra delfini e nuvole.
In queste isole sono da tempo visibili e tangibili le conseguenze terribili del surriscaldamento globale: alberi, radici e palmizi sono ormai andati, la spiaggia si è ristretta e già più volte la marea violenta ha distrutto in pieno capanne ed abitazioni. Non si sa esattamente quando questo avverrà: secondo alcuni studiosi la scoparsa di alcune isole, tra cui le Carteret avverrà entro pochi anni, secondo altri, invece, bisognerà aspettare il 2040. Non sono le sole: tra i paradisi naufraghi ci sono anche due gruppi di isole del Sud del Pacifico: Kiribati e Tuvalu oltre che le tanto famose e gettonate isole Maldive, di cui già da tempo i media di tutto il mondo parlano.
I primi segni si sono già comunque visti a partire dal 2005 con lo tsunami asiatico, che colpì parte delle Maldive e della Thailandia, causando morte e distruzione.
Nelle Isole Carteret all’inizio questi cambiamenti climatici furono attribuiti a cause religiose: nacquero così e si diffusero miti e leggende. Avvenne invece che nel 2005 arrivò sull’isola un fotografo che informò gli abitanti dell’isola che erano vittime del più immediato cambiamento climatico di tutti i tempi, causato soprattutto dai gas e dall’inquinamento prodotto dai paesi più avanzati.
Questa è solo una piccola parte di quelle che saranno le conseguenze del surriscaldamento globale. Ogni giorno assistiamo a disastri della natura, a fenomeni come inondazioni e terremoti, così forti e violenti da distruggere in un secondo la vita di molte persone. Ormai è tardi per cambiare la situazione, ovviamente però si può migliorare leggermente e cominciare a bloccare il fenomeno, che altrimenti potrebbe diventare letale per il pianeta intero. Sono convinta sostenitrice del contributo del singolo cittadino: la salvaguardia dell’ambiente e del pianeta in generale parte, infatti, dalle abitudini corrette di educazione ambientale. Non buttare la cicca di sigaretta per terra, non mescolare i rifiuti organici con la plastica, andare più a piedi che in auto, limitare il consumo dell’acqua… queste e tante altre azioni ancora sono i primi passi che ognuno di noi deve muovere da solo. E’ tuttavia compito dei grandi e dei governi stabilire linee generali di comportamento e di impartire regole e leggi, perchè questi comportamenti di corretta educazione ambientale vengano rispettati. Sono ottimista ma penso anche che non ci sia altro tempo da perdere.
Foto by biluu_72


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